Cosa combino? Cucino, e mi diverto a insegnarlo!

io a cibotondoUna scuola di cucina! Erano mesi e mesi che la sognavo, la studiavo, la immaginavo. Prima ancora di “rompermi” avevo già trovato il posto, sentito consulenti, stilato un piano. Mi ci è voluto un po’ per riprendermi e riprendere in mano (è il caso di dirlo!) il progetto. Ma finalmente posso annunciare con orgoglio la nascita di Cibotondo: scuola e laboratorio di cucina, cooking nights, spazio eventi e chi più ne ha più ne metta, all’insegna di mangi, bevi, impari e ti diverti! Io, a ben guardare la foto (thanks to @giosava), mi diverto un sacco! Voi seguitemi sul blog, provate le mie ricette e, naturalmente, iscrivetevi numerosi: il calendario dei corsi è sempre aggiornato.
Ps: Cibotondo è anche su Facebook e su Twitter: likate e followate 😉

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Avrei mangiato pizza tutta la sera

assaggi di focacce

assaggi di focacce

Va bene, forse non faccio testo: io la pizza non la mangio mai. Però l’altra sera al Dry non avrei mai smesso. Non mangio la pizza perché in genere al primo morso mi graffia il palato (nove volte su dieci è troppo secca) e mi scotta, e alla terza fetta, raffreddata, è diventata una base gommosa con mozzarella gommosa. Nulla di simile è accaduto nel nuovo locale inaugurato da meno di una settimana da Andrea Berton (incontrato, salutato e ringraziato).
Mi asterrò dall’inutile e sterile polemica di chi si domanda in maniera oziosa perché uno chef pluristellato apra onesti locali low cost (Pisacco), pizzerie e cocktail bar (Dry, appunto). Anzi, non mi astengo: dove sta scritto che un grande cuoco debba fare sempre e solo cucina ricercata e destinata a pochi eletti e non, al contrario, allargare i suoi e i nostri orizzonti proponendo alternative di qualità a chi vuole semplicemente uscire a mangiare una cosa, a farsi una pizza, a bere un drink?
Ma torniamo alla pizza, che si merita tutta l’attenzione del caso. A cominciare dall’impasto. Al giovane e superpremuroso pizzaiolo Simone Lombardi abbiamo fatto un sacco di domande, ma non quella sulla preparazione della pasta. In rete c’è chi sostiene sia fatta con la biga (per i non addetti, un preimpasto di acqua, farina e lievito, fatto riposare tot ore e poi usato nella lavorazione del prodotto finale): dal risultato assaggiato, questa teoria mi pare credibile. Quale che sia la tecnica scelta, la crosta della nostra pizza era larga, soffice, “panosa” (sì, lo so, non è una parola vera, ma non ne trovo di meglio) e così è rimasta fetta dopo fetta, dalla calda appena sfornata alla tiepida di metà cena alla fredda degli ultimi bocconi. La mozzarella (leggo e copio dai commenti di Dissapore: di Agerola), morbida e filante all’inizio, era ancora morbida alla fine. Ottimi il resto degli ingredienti, dai sapori ben distinti e insieme ben armonizzati tra loro. E so di cosa parlo visto che abbiamo ordinato e diviso con le mie compagne di merenda una semplice margherita con aggiunta di cipolla rossa brasata, una pizza con pancetta arrosto, fior di latte e pepe di Sarawak e un calzone con scarola, ricotta di bufala, uvetta e pinoli, eletto all’unanimità best della serata. Poi, siccome l’attesa era stata un po’ lunga (ma l’ottima bottiglia di Bastide du Claux Rosé ce l’ha resa allegra), dallo chef pizzaiolo sono arrivati, con mille scuse, 4 assaggi di focacce: con vitello tonnato (cotto a bassa temperatura, affettato sottilissimo, sulla sua salsa), salmone (e una salsa che ahimé non ho approfondito), crudo e stracciatella di burrata, semplice pomodorino… Semplice? No, delizioso. Con una preparazione lunga che culmina nella scottatura in forno a 300°, shock termico che evidentemente gli fa un gran bene, concentrando il sapore come non si può spiegare, solo assaggiare. Felici, dopocena (e dopo il gelatino rinfrescante, servito su un croccante crumble) abbiamo indugiato all’aperto, sorseggiando un liquore al limone e il già celebre e ottimo French 75 (gin, succo di limone e champagne) miscelato da Guglielmo Miriello. Tutto bene tutto perfetto? No, perché se non scrivo nessuna nota negativa sembro la solita blogger-bla-bla-bla in odore di aver mangiato a ufo, invece abbiamo pagato (un conto di 79,50, e nulla da dire) e del resto io non sono una foodblogger. Quindi passo alla critica: i dolci non sono mai il mio dio d’amore, ma potrebbe esserci una scelta più ricca che tre gelati (buoni ma fin troppo basic), un affogato e un-non-mi-ricordo-più, che non mi ricordo cosa fosse ma resta che le proposte erano solo queste; in rete si accusa la pizza di essere troppo piccola e posso anche concordare (salvo poi essere di quelli che lasciano regolarmente lì le ultime due fette delle pezzature standard); l’ambiente è un po’ troppo young, ma del resto io sono un po’ agée, però si potrebbe smorzare l’aria condizionata, abbassare un filo la musica e sterminare l’odiosa zanzara che svolazzava e pasteggiava con (letteralmente) noi. Che dire? Ah sì, pessima luce per fare foto, quindi beccatevi quella (bruttolotta, lo so) delle quattro focacce, oppure andate di persona e provate le pizze – e scommettiamo che le avrete mangiate prima che vi venga anche solo in mente di fotografarle?

Ps: in tempi in cui gentilezza e cortesia sono merce rara, Simone, Guglielmo e Giovanni Fiorin, che ci ha seguite al tavolo, sono stati impeccabili. E già solo questo varrà la seconda visita.

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E se copiassimo dai cinesi? Riflessioni dopo una cena al Bon Wei

Wang Pei e Ike Wang

Wang Pei e Ike Wang

La cucina cinese mi piace sempre di più. Ultima perla, la cena organizzata per la stampa, qualche sera fa, al Bon Wei. Fedeli all’hashtag #acenacomeincina, i nostri ospiti Ike Wang e Wang Pei/Chiara (marito e moglie, nonché titolari del ristorante più “cliccato” del momento) hanno pensato un menu con specialità quasi tutte non in carta, ma davvero tradizionali e rappresentative della vera cucina cinese.
Che finalmente, anche nelle nostre città (o almeno nella mia, Milano) sta abbandonando i cliché di un tempo a favore di una proposta articolata, curata e gastronomicamente ineccepibile. L’argomento non è nuovo. Io ne parlavo già un anno fa ed è di questi giorni un articolo su Linkiesta che offre interessanti spunti di riflessione:
a cominciare dal progetto del premier Li Keqiang per rilanciare nel mondo l’antica tradizione, portandola a livelli di eccellenza. Il nuovo corso fa arrivare sulle tavole dei moderni ristoranti cinesi piatti davvero sopraffini. Come non ne avremmo mai potuti assaggiare anche solo 5 anni fa.
E qui, la riflessione: se anche noi facessimo altrettanto, nel mondo si smetterebbe di mangiare linguini Alfredo e spaghetti bolognaise, spolverizzati di orrido parmesan. Letta o chi per lui (no, non la sottosegretaria Borletti Buitoni) dovrebbe imparare (copiare?) da Pechino e compiere passi concreti per promuovere la nostra immagine gastronomica all’estero.
Chiuso l’inciso, passo all’elenco delle specialità gustate l’altra sera, bevendo birra e tè verde, con l’ormai consueta carrellata di foto del mio iPhone.
Insalata di anatra: servita su una croccante foglia di lattuga, giustamente speziata e fragrante. Succulenta.
Ravioli di carne e Shao mai di verdure al vapore: due varietà di “fagottini”, entrambi dall’involucro leggero e dal ripieno delicato ma saporito. Deliziosi.
Insalata di funghi: scuri, arricciati, dalla consistenza unica, con la nota croccante dei semi di sesamo. Esotici.
Zuppa ai cetrioli di mare: una consistenza gelatinosa, densa e corposa, giustamente spicy. Insolita.
Cernia con zenzero: invece del “solito” pollo, un piatto saltato di grande semplicità con bocconcini di pesce sodi e sapidi, e la loro salsa. Classica.
Rane sale e pepe: dorate e croccanti, scottadito all’ombra della Grande Muraglia, una tirava l’altra. Irresistibili.
Mapo tofu (tofu piccante con verdure): bianchi e soffici dadini, dall’aspetto innocuo, immersi in uno dei condimenti più piccanti mai provati. Diabolici.
Shui Zu di manzo: straccetti di filetto tenerissimi e sugosi in una hot pot colma di peperoncini e aromi speziati. Demoniaci.
Riso bianco: immancabile per spegnere tanto ardore. Benvenuto.
Frutta: fresca, colorata, finemente intagliata e mescolata a ravanelli, cetrioli e barbabietola. Artistica.


Ps: mancano solo gli Shao mai di verdure – toccherà tornare, ordinarli e fotografarli 😉

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Peccato non aver conosciuto lo chef!

terrina di polpo croccante

la terrina di polpo croccante

Provare nuovi ristoranti è divertente! Incuriosita da questa recensione, ho deciso di sperimentare L’Alchimista, aperto da tre settimane appena in via Carlo Maria Maggi a Milano. Premessa: non sono una critica gastronomica, al ristorante ordino e mangio senza lambiccarmi troppo il cervello. Poi ti posso dire se mi è piaciuto oppure no, ma il mio resta un giudizio personale senza alcuna velleità di verità assoluta. Detto questo, a me e alla mia nuova compagna di merende, che mi ha accompagnata, l’esperimento è piaciuto. Il locale è carino, il dehor davvero piacevole (nonostante il caldo folle!), grande la cordialità. La scelta dei piatti è stata condizionata dall’afa e al motto “ordiniamo qualcosa di fresco” abbiamo assaggiato la panzanella, il carpaccio di palamita con burrata, la terrina di polpo, il soufflé au citron e la macedonia al basilico. Qualche piccolo difetto (fatto presente): la panzanella un po’ scomoda da mangiare, per via dei dadi di pane che scappavano di qua e di là, e il polpo che avrebbe voluto un giro d’olio crudo in più. Ma non sono mancate le note positive. L’amuse-bouche con una cozza alla vaniglia ci ha ben predisposte agli assaggi successivi: il pesce crudo con la burrata, un accostamento che non si discute (magari, giusto una punta di acidità in più?), l’insalata con i lamponi, che accompagnava il secondo ed era un concentrato di sapore e freschezza, e il polpo stesso, che aveva perso la sua viscosità a favore della croccantezza, in una interpretazione decisamente interessante, che ho molto apprezzato. Deliziosi i dessert, in particolare la consistenza della brunoise (dadolatina fine) di frutta della mia macedonia, ma anche la salsa che accompagnava il soufflé era qualcosa! Un’onesta Ribolla gialla scolata fino all’ultima goccia, un limoncello da sciampiste a fine cena per far finta di essere in vacanza, ciao-ciao-a-presto-tornate-a-trovarci. Tutto perfetto, insomma. Peccato solo non aver conosciuto lo chef Misha Sukyas: vi lascio con le foto dei suoi piatti, fatte dal mio iPhone.

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La tartare di Colombo (al profumo di asparagi)

tartare

Quando mi ero imbattuta nella tartare di Andrea Berton (la prima volta fu qui), ero rimasta piacevolmente colpita dalla variante tuorlo sodo al posto del classico tuorlo crudo. Non certo per una questione igienica: è vero che le uova crude fan correre dei rischi, ma è anche vero che in commercio arrivano prodotti supercontrollati e non ho quindi alcuna remora a fare una maionese, una carbonara o una crema al mascarpone. Però non tutti amano la consistenza viscosa che il tuorlo liquido dà alla carne cruda, togliendole in un certo modo la freschezza che dovrebbe contraddistinguere questo piatto. Il tuorlo sodo è, quindi, l’idea semplice ma a suo modo geniale che risolve il problema, perché lega senza appesantire: il tuorlo di Colombo, insomma.
Sicché, avevo a suo tempo con entusiasmo fatta mia la tecnica. Che ho di recente perfezionato con l’aggiunta di un paio di ingredienti inaspettati. Ma andiamo con ordine.
Ho scoperto una nuova linea di sali aromatizzati (li produce Sale & Sali) piuttosto particolari perché “ricettati”, con l’aggiunta di altri ingredienti, così da diventare veri e propri insaporitori. Incuriosita, ho comperato il “Bismarck”, miscela composta, come da etichetta, da Salgemma Viola Kala Namak, di provenienza indiana, e asparago essiccato in polvere. La particolarità del sale Kala Namak è l’aroma “sulfureo”, ovvero di uova. Sicché, l’abbinamento con l’asparago ci sta proprio come il cacio sui maccheroni
(a proposito, ho comprato anche un vasetto che si chiama “Cacio e Pepe”: vi dirò).
Da qui alla tartare è stato un attimo. Complice un ottimo taglio magro di English Beef, battuto al coltello. Ecco dunque come ho fatto (dosi per una porzione), accompagnando la tartare con un’insalatina di crudité.
150 g di polpa di manzo o vitellone (filetto, controfiletto, scamone, magatello)
1 uovo sodo
4 asparagi piccoli e freschissimi
50 g di cimette di broccolo
sale Bismarck
olio extravergine d’oliva
succo di limone (facoltativo)
sale fino, pepe
Ho tagliato a rondelle sottili (2-3 mm) la parte finale tenera dei gambi degli asparagi, conservando intatte le punte. Ho tagliato a tocchetti le cimette di broccolo (tranne un paio per decorare). Ho condito le 2 verdure crude (tenendo da parte 1/4 di rondelle di asparagi) con olio, sale e pepe. Ho sgusciato l’uovo sodo separando tuorlo e albume.
Ho tagliato a dadolini l’albume e l’ho unito alle crudité. Ho affettato la carne sottile, poi ho ridotto le fettine a striscioline, quindi le striscioline a dadini e infine ho battuto tutto al coltello (per la “grana” della tartare vedete voi, a me piace un po’ grossolana).
Ho passato al setaccio il tuorlo sodo facendolo cadere sulla carne, raccolta in una terrina con le rondelline di asparagi tenute da parte. Ho condito con sale Bismarck (una bella spolverata), regolato con sale fino, pepato e completato con un filo d’olio.
Volendo, si può spruzzare di succo di limone, ma poco poco e servendo immediatamente in tavola, perché non c’è nulla di peggio di una tartare grigiastra cotta dall’acidità del limone. Ho lavorato gli ingredienti a mano e li ho trasferiti nel piatto con l’insalatina di crudité e albume. Se avessi voluto esagerare avrei usato un coppapasta per dare una forma carina alla tartare, ma non vedevo l’ora di mangiarla!
Giusto il tempo di guarnire con le punte degli asparagi e le cimette di broccolo intere e scattare una fotina, e ho potuto assecondare la mia golosità.

 

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Ho inventato la pasta e patate affumicata

4_piatto

Come ci si inventa una ricetta? Il meccanismo è, secondo me, simile a quello che accade in “Una donna in carriera”. Melanie Griffith legge casualmente una dopo l’altra due notizie: una di gossip sull’imminente matrimonio della figlia di un magnate della finanza, una sulla possibile cessione di un gruppo radiofonico. E voilà, decide di convincere il magnate a comprare la radio (e già che c’è di conquistare Harrison Ford a scapito di culo secco Sigourney Weaver). Il classico uno più uno, insomma. Hai un’idea che ti frulla per la testa, poi un’altra, poi magari una terza: a un tratto, come per magia, le metti insieme e il gioco (nel mio caso il piatto) è fatto.
Così è nata la mia ultima creazione. Uno: avevo voglia di pasta e patate, un piatto che mi è sempre piaciuto in barba a quelli che dicono che amido più amido non si fa. Due: sfogliando l’ultima fatica letteraria di Cracco (“Se vuoi fare il figo eccetera eccetera”) mi è caduto l’occhio sulla scheda dedicata all’affumicatura. Tre: a Taste of Milano assaggio una meravigliosa crema di baccalà e patate dei fratelli Costardi, poi girellando tra gli stand mi imbatto nei sali di Cipro in fiocchi Falksalt (distribuiti da Degù cibi scelti), innamorandomi all’istante della varietà affumicata con peperoncino Chipotle.
Il più è fatto: passa qualche giorno (le buone idee devono sempre decantare un po’) e perfeziono quella che sarà la ricetta finale cercando di combinare la sostanza (la pasta e le patate), l’aroma (il fumo) e la freschezza (la otterrò con l’aggiunta di scorza di limone e dadolata di pomodoro crudo).
E insomma, se mi avete seguita fin qui, meritate la ricetta, per 3 persone.
250 g di maccheroncini freschi all’uovo
1 patata (circa 180 g)
6 mini San Marzano
1 mazzetto di rosmarino
latte, burro
1 cucchiaino colmo di panna acida
la scorza di 1/2 limone
fiocchi di sale affumicato al peperoncino Chipotle
sale e pepe
1_patate da affumicareHo lessato la patata, intera e con la buccia, in acqua salata. L’ho scolata, l’ho spezzettata e messa in un vecchio cestello per cuocere a vapore. Ho rivestito una pentola con 2-3 fogli di alluminio, ho sparso sul fondo i rametti di rosmarino divisi a ciuffi e gli ho dato fuoco con alcuni spiedini di legno (ma la prossima volta uso il cannello per la crème brûlée). Ho messo il cestello nella pentola, ho chiuso col coperchio e ho lasciato affumicare la patata per 10-15 minuti (per ovvi motivi, è meglio se eseguite l’affumicatura in terrazzo
o, almeno, sul davanzale della finestra aperta). 2_purè
Ho passato la patata affumicata allo schiacciapatate e l’ho mescolata qualche minuto su fuoco dolce con latte a filo (circa 1 tazzina), una noce di burro, la scorza di limone e una macinata di pepe (poco, il Chipotle è piccante assai), fino a ottenere un purè molto fluido. 3_salsaFuori dal fuoco ho unito la panna acida e un giro d’olio crudo, regolando di sale. Intanto, ho lessato la pasta e tagliato a dadini i pomodori. Scolata la pasta, l’ho condita con la crema, diluita con circa una tazzina di acqua di cottura (tenetela da parte prima di scolare i maccheroncini: può servire aggiungerne anche un po’ di più, secondo la qualità della patata). Ho impiattato completando con la dadolata di pomodoro, ancora un filino d’olio e un pizzicone di fiocchi di sale affumicato.

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Il mio primo involtino primavera

involtino fritto

Proseguono gli esperimenti di cucina cinese. Questa volta con un classico, sebbene gli involtini primavera siano “più famosi in Occidente che non in Cina”, come scrive come cucinare cineseAntonella Palazzi nella mia piccola “bibbia” personale, Come cucinare cinese, volumetto edito da Sonzogno del lontano 1987 (se lo trovate online, o su una bancarella, compratelo al volo!), salvo poi metterli in copertina insieme al riso alla cantonese, ai ravioli al vapore (chiao-tzu), al maiale in agrodolce, che si sa che questi fagottini fritti piacciono sempre a tutti!
Dico subito che non ho seguito la ricetta dell’Antonella ma mi sono avvalsa dei comodi Spring Roll Wrappers Save (si trovano, anche di altre marche, nei supermercati un po’ evoluti): cialde di farina di riso che si ammorbidiscono in un panno umido e si avvolgono con gran facilità. Anche il ripieno, essendo un prototipo in singola copia,
è stato un po’ improvvisato. Ma andiamo con ordine, elencando gli ingredienti del mio involtino primavera ai gamberetti (voi  moltiplicate per quanti ne volete).
1 cialda di risowrappers
1 manciatina (meno di 20 g) di germogli di soia
1/2 cipollotto
6 gamberetti freschi sgusciati
olio di sesamo e olio di semi di arachide
salsa di soia, sakè
Ho marinato i gamberetti con un cucchiaino di salsa di soia e uno di sakè. Ho tagliato il cipollotto a julienne e l’ho rosolato in padella con un filino di olio di semi e qualche goccia di quello di sesamo. Ho aggiunto i germogli e ho fatto saltare un minuto, ho spruzzato di soia e, dopo un altro minuto, ho spento: badate che il fondo risulti asciutto, altrimenti durante la frittura cola fuori e schizza che è una bellezza. Mentre le involtino crudo bisverdure saltavano, ho ammorbidito la cialda: ho bagnato d’acqua un telo, l’ho strizzato bene, l’ho steso sul tagliere, ho messo al centro la cialda, l’ho ricoperta con i lembi del telo e l’ho lasciata riposare un paio di minuti. Ho messo al centro della cialda le verdure e sopra ho disposto i gamberetti (scolateli dalla marinata, se fosse troppa). Ho piegato i due lembi laterali della cialda sopra al ripieno e ho arrotolato il tutto, ottenendo l’involtino.
Non è restato che scaldare 4 dita di olio di semi in un piccolo wok e tuffare l’involtino, prima dalla parte chiusa: bastano pochi istanti perché diventi dorato, poi si gira (attenzione, comunque, agli schizzi!) e si finisce di friggere ancora un minuto o giù di lì, scolando poi su carta da cucina. Aspettate un pochino prima di addentarlo
(io l’ho pucciato in una tazzina di soia), perché l’interno è rovente!

Ps: il ripieno tradizionale, come riportato dall’Antonella, prevede una julienne sottilissima di maiale, cavolo cinese, funghi cinesi, bambù e peperone verde, nella versione (credo) vienamita l’ho mangiato con carne macinata, verdurine e spaghettini di soia, e vedo che i ristoranti di cucina cinese creativa ne fanno un involucro per le farciture più svariate: mi sbizzarrirò anch’io!

 

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Chop suey (con buona pace dei cinesi)

chop suey in wok

Ricordavo di aver cucinato spesso questo piatto agli albori della mia attività di cuciniera (prima dei trent’anni, insomma). Ricordavo che la cosa che mi piaceva di più era la croccantezza dei broccoletti: in anni in cui la verdura veniva comunemente stracotta, era stata una piccola rivelazione. Avendo ricominciato ultimamente a cimentarmi con ricette di ispirazione orientale (con buona pace degli orientali veri, che magari avrebbero qualcosa da ridire!), ho cercato di ricostruire quella di allora.

Per chiarirci, se ho capito bene da una mini ricerchina in rete, per chop suey si intende un piatto saltato con verdure che si può preparare un po’ con quel che si vuole.
Ecco allora i miei ingredienti (per me medesima: moltiplicare per i commensali previsti)
chop suey ingredienti150 g d polpa di maiale a bocconcini
(io ho usato una costoletta disossata)
una carota
una decina di cimette di broccoletti
un cipollotto
una manciatina di germogli di soia
30-40 g di vermicelli di soia
zenzero fresco, peperoncino in polvere
2 cucchiai di salsa di soia, un cucchiaio di sakè, un cucchiaino di Maizena
olio di semi di arachidi e olio di sesamo
E veniamo alla preparazione.
Ho sciolto la Maizena con la salsa di soia e il sakè, ottenendo una salsina. Tagliata la carne a cubetti, l’ho condita con la salsina, peperoncino a go-go e un cucchiaino di zenzero grattugiato e l’ho lasciata marinare.
Intanto, ho tagliato il cipollotto a rondelle (anche un bel po’ di verde, che è piccantino e delizioso) e la carota a bastoncini (un po’ più grandi di una classica julienne: la mano ancora non è al 100%), poi ho diviso i broccoletti a ciuffetti piccini.
Ho scaldato nel wok un filo d’olio con qualche goccia di olio di sesamo e ho saltato qualche istante la carne con la sua marinata, il tempo di farla colorire. L’ho tolta, tenuta da parte e saltato insieme le verdure per 6, 7 minuti.
Intanto, ho portato a bollore un pentolino d’acqua, ho spento e ho versato i vermicelli di soia, lasciandoli rinvenire meno di un minuto. Appena ammorbiditi li ho scolati e passati sotto l’acqua fredda: consiglio (io non l’ho fatto, sbagliando) di condirli subito con un filino di olio, altrimenti si ammassano.
Ho rimesso nel wok la carne e, dopo un paio di minuti, ho aggiunto i vermicelli, mescolato, versato nel piatto e gnam! O in qualunque modo dicano i cinesi…

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(Non) vi parlerò di Taste of Milano

Chef Taste of Milano 2013 © Carlo FicoAi milanesi gli eventi legati al food piacciono un sacco. Ne ho avuto un assaggio domenica scorsa al Milano Matsuri, festival del cibo e della cultura giapponese che si è tenuto nel giardino e nello spazio antistante il Finger’s Garden di Roberto Okabe: bello eh, ma quanta (troppa) gente!
Alla luce di quel successo, credo non ci sia molto da spingere per ciò che sta per accadere nel prossimo weekend. Insomma, non c’è bisogno che vi venga a raccontare che domani, giovedì 30 maggio parte l’edizione 2013 di Taste of Milano, l’evento che riunisce in un unico luogo i meglio ristoranti in città e non solo e che offrirà alta cucina in forma di assaggi fino a domenica 2 giugno.
Non vi invoglierò a partecipare citandovi la formazione stellare: Andrea Aprea, Tommaso Arrigoni, Enrico Bartolini, il già citato Roberto Okabe, Wicky Priyan, Andrea Provenzani, Luigi Taglienti, Viviana Varese (viva le donne!), Matteo Torretta, Lorenzo Santi.
E ancora, per la categoria Jeunes Restaurateurs d’Europe, Christian e Manuel Costardi, Christian Milone, il mio amico Cristiano Tomei, Ilario Vinciguerra.
Non vi dirò che, tra gli ospiti, spicca un altro grande amico, Allan Bay, insieme Eugenio Boer e a celebrities della tivù come Marco Bianchi e Sebastiano Rovida.
Non vi parlerò della partnership d’eccellenza con Electrolux e i suoi eventi, dal Taste Theatre agli Chef’s Secrets.
Non vi dirò neppure le previsioni del tempo, perché non promettono nulla di buono ma che ci importa: si scatenino pure trombe d’aria e tempeste di grandine, tanto si starà tutti al sicuro (e al coperto) al SuperstudioPiù di via Tortona.
Vi dirò solo che orari, prezzi, biglietti e gli innumerevoli appuntamenti per coinvolgere davvero tutti, dai bimbi ai celiaci (ai quali saranno dedicati i piatti proposti da La Maniera di Carlo), si trovano qui. And that’s all, folks: buon Taste 2013!
(photo ©Carlo Fico)
Ps: io non vi ho detto nulla, ma seguitemi su Instagram @cuochina

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Voglia di cucinare (tornami addosso)

Pistacchi 3Stufa di stare a guardare (era da questa volta qui che in pratica non cucinavo più nulla, ma demandavo il compito a turno a figlio adolescente e fidanzato compiacente), ho accolto con gioia, e un pizzico di temerarietà, l’invito arrivato pochi giorni prima di Pasqua a cucinare, insieme a Omar Allievi, colleghe e blogger, un menu a base di Pistacchi Californiani. Nascosta in parte l’inabilità della mia mano destra, sprezzante del dolore, incurante della rigidità, ho finalmente riafferrato un coltello in pubblico (finora, avevo solo fatto miseri tentativi nell’intimità casalinga, spesso ricorrendo ad ausili elettrici, minipimer e accessori vari) e scaloppato con orgoglio code di astice, ma anche impanato costolette d’agnello e, soprattutto, sgusciato tanti, tanti pistacchi, al naturale o speziati, uno dietro l’altro.

Rincuorata dai risultati abbastanza incoraggianti, il giorno dopo mi sono cucinata un nuovo piatto: Baccalà pomodorini, cedro e pistacchi.baccalà+pistacchi

Ho preparato una dadolata di 3-4 Pachino e un paio fettine di cedro, piuttosto sottili, condita con olio, sale, pepe ed erba cipollina. Ho immerso un trancio di baccalà dissalato (circa 2 etti) in acqua fredda, ho portato a bollore a fuoco dolce, coperto, e al bollore ho spento. Ho diviso il baccalà, sgocciolato e spellato, a grosse scaglie, che sono finite su un letto di insalatina. Ho irrorato con la dadolata e il suo sughetto e completato, ça va sans dire, con una manciatina di pistacchi tritati. Tutto lavorato, tagliato, sminuzzato a mano. Son fiera di me!

NB: per la cronaca, il menu di Omar era così composto:
Stracci di pasta alla menta con pistacchi, melone e astice
Costolette di agnello in crosta di pistacchi con carciofi
Mousse al cioccolato con croccantino di pistacchi e lamponi


Tutto molto buono, ma la mousse! (e detto da me, che in genere non mangio dolci…)

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