Il pollo giapponese

Ora, io sono sicura che quando mi cimento nelle cucine “etniche” (virgolette d’obbligo, data la natura un po’ cialtrona del mio “etnico”) pasticcio esattamente come farebbe una thailandese con spaghetti e pelati, o un’americana con riso e zafferano.
Insomma, la verità è che vado un po’ a braccio, e quindi non so se il mio pollo giapponese, dal suggestivo nome Shichimi Togarashi, esiste davvero in natura. Ma esiste nella mia cucina, perché io lo faccio. Ecco come.
Partenza, le spezie Shichimi Togarashi: si comprano già miscelate (Cannamela, all’Esselunga) ma, amando il fai da te (e per un gusto facilmente più fresco), penso che si possano assemblare mescolando, suppergiù in parti uguali, semi di sesamo non tostati, peperoncino secco sbriciolato, scorza d’arancia grattugiata, pepe di Sichuan frantumato (o il più comune pepe nero, purché macinato molto grossolanamente, a mio avviso), semi di papavero e, per non farsi mancare nulla, alghe macinate.
Sembrerà strano ma tutto quello che ho elencato si trova nei supermercati un poco forniti, comprese le alghe: io proverei a usare un pizzico di nori (quelle del sushi), oppure di kombu o wakame e, poiché sono disidratate, penso che sbriciolarle sia semplice.

Bene, abbiamo le nostre spezie (nella foto). Adesso, occorre marinare il pollo (petto o coscia, senza ossi e senza pelle, a bocconcini): per mezzo chilo di carne, 4 cucchiai di sakè (mai bevuto ghiacciato? è una delizia!), 6 di salsa di soia (la più buona è la Kikkoman, un giorno racconterò perché) e uno di zucchero, mescolati in un pentolino al fuoco dolce finché lo zucchero è sciolto.
La marinata tiepida si versa sui bocconcini, spolverizzati con un cucchiaino colmo di spezie. Poi si mescola, si copre e ce ne si dimentica per un po’.

Quando sembrerà che il pollo abbia riposato a sufficienza (nessun affanno: può marinare da 15-20 minuti a 4-5 ore), ci sono due strade. La bustina delle spezie pronte suggerisce di fare spiedini (si chiamano Yakitori e sono molto à la page). Io invece preferisco spolverizzare su tutto un cucchiaino da tè colmo di Maizena, dare un’ultima rimescolata e saltare nel wok una decina di minuti (o anche meno, se i bocconcini sono piccini) finché la carne è rosolata e la salsetta addensata (grazie Maizena grazie).
Volendo, si può spolverizzare ancora un po’ di spezie, con cautela però: il mix è molto, molto, molto piccante.

E concludo: forse nessun giapponese che si rispetti ha mai cucinato né mangiato nulla di simile. Ma è buono ciò che piace. E il pollo giapponese piace.

 

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Informazioni su Francesca Romana Mezzadri

cucinare e amare. non necessariamente in quest'ordine
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4 risposte a Il pollo giapponese

  1. Giorgio ha detto:

    Dopo la poesia dell’albero, la golosità del pollo giapponese…
    Sinceramente neppure io ho idea se un pollo così i Jap lo mangino davvero: magari se lo sognano e basta e non vedono l’ora di venire a trovarti per assaggiarlo.
    Però la ricetta, non so perché, mi ha fatto venire in mente un sacco di colori! Sarà per come l’hai descritta, ma mi hai fatto davvero venir voglia di farla. Continuo a pensare all’arcobaleno…

    Ah, posso fare uno dei miei soliti noiosi commenti, dato che hai accennato al sakè?
    Per favore, quando andate nei ristoranti con gli occhi a mandorla, non chiedete un sakè caldo, please. Ghiacciato non ve lo porteranno mai (anche se i Nippo lo bevono eccome), a meno che non l’abbiano scritto sul menù e voi non siate in grado di indicarglielo con il dito. Prendetelo a temperatura ambiente, piuttosto. Perché? Perché qui in Italia il sakè lo scaldano con il beccuccio a vapore delle macchine espresso, quello per fare il cappuccino. Insomma, finisce per essere allungato dall’acqua calda. Già è una bevanda evanescente di per sé… E’ come annacquare una birretta leggera, insomma. Meglio lasciar perdere. Se qualcuno se lo vuol bere caldo a casa, lo scaldi a bagnomaria. Con lentezza e senza fretta…
    Grazie dell’ospitalità. Giuro che non ti sfrutterò più così tanto!

  2. Babuska ha detto:

    Ora, vi ringrazio, perchè io – che sono un’ignorantona… – il sakè ce l’ho ghiacciato in frigo da mesi e non sapevo esattamente cosa farmene…

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