Io non sono una food blogger

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Gli amici di Gente del Fud stanno mettendo in piedi una cosa grande: 150 food blogger al Salone del Gusto ad animare una girandola di eventi all’insegna delle eccellenze italiane. Ne farò parte anch’io, ma ve ne parlerò a tempo debito.
Quel che mi interessa, ora, è fare a me stessa una domanda: ma io, sono una food blogger? E prima ancora, chi è un o una (food) blogger?

La questione non è nuova. Solo poche settimane fa se ne parlava su Dissapore (inciso: posso dirlo, quanto mi piace Dissapore? ecco, l’ho detto!) anche riprendendo l’intelligente post di The chef is on the table a proposito dei corsi per diventare food blogger. Corsi per diventare food blogger?
Ma tenere un blog non doveva essere un divertissement?
Insomma, per come la sapevo io, un blog è un diario, proprio come quello che avevamo ai tempi delle medie. La differenza è che al tempo delle mele era chiuso con un lucchettino di tolla e, al massimo, si faceva leggere alla migliore miglior amica del cuore (spesso, neppure a lei) e guai se finiva nelle mani del fratello ficcanaso o della mamma impicciona.
Oggi la Rete ha scardinato i lucchetti e le pagine dei diari online sono, con una buona dose di vanità da parte di chi le scrive, esposte alla lettura di tutti.
Così, ci si diverte a raccontare (con penna più o meno felice, ma questo è un altro discorso) le peripezie nell’orto, la cronistoria dei bimbi che crescono o, appunto, i pasticci ai fornelli.
Sì, lo so che esistono blog che si occupano di argomenti anche seri: ve ne sono di belli e importanti. Ma la questione (di lana caprina?) che qui mi preme è capirne di più su quelli – il mio per primo – che in fondo cianciano del nulla, i blog degli hobbisti, dei dilettanti, di chi scrive alle dieci di sera, dopo una giornata uguale a mille altre, felice all’idea che qualcuno, da qualche parte, lo potrà leggere. Ma anche no, perché il piacere di scrivere (per chi non lo fa di mestiere) dovrebbe essere fine a se stesso, come sapevamo a 12 anni, quando tenevamo il diario sotto chiave.
E quindi, davvero per fare questo, per passare il nostro tempo, per esercitare il nostro bello scrivere, occorre un corso? Ma allora, perché non fare corsi (magari di laurea) per diventare blogger tout court?
Certo, occuparsi di cibo è à la page e, chissà perché, aprire un food blog sembra il biglietto d’ingresso al magico mondo del lavoro più bello del mondo, quale che sia.

Posto che mi sfugge la motivazione per cui un blogger dovrebbe diventare un professionista di un qualche genere, a tagliare la testa al toro arriva il neonato (nella versione italiana) Huffington Post.
Il format della nuova creatura del gruppo L’Espresso prevede, oltre a una sezione di news tradizionali, un apporto corposo dai blogger. In America sono addirittura 30.000, da noi per ora la direttora Lucia Annunziata ne ha selezionati poco meno di 200, ma punta a raggiungere a breve almeno 600 “firme” tra note, meno note e affatto note: «Uomini e donne di destra e di sinistra, religiosi e non, attivisti dei movimenti e intellettuali solitari, gente delle professioni, gente con orientamenti sessuali diversi, leaders politici e operai che tengono con le unghie e con i denti il loro posto nelle fabbriche, personaggi conosciutissimi e perfetti sconosciuti, giovani che faticano a tirare avanti, e giovani che studiano in prestigiose università all’estero. C’è anche una suora», dice nel suo primo editoriale Annunziata. Che a Prima Comunicazione aveva anticipato: «I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati».
E allora, grazie Lucia, perché finalmente mi sono tolta il dubbio e posso affermare che no, non sono una food blogger. Perché per fortuna, quando scrivo sui giornali, vengo ancora pagata.

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Informazioni su francescaromanamezzadri

cucinare e amare. non necessariamente in quest'ordine
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