La Cina, vicina vicina

Ci sono stata, primi anni 2000. Hong Kong e Pechino.
Una sola settimana, troppo poco per vedere, per capire. Ma l’impressione che mi era rimasta era quella di un popolo formidabile nel suo affaccendarsi incessante.
Era stato un viaggio stampa per giornalisti gastronomici (non ci chiamavamo ancora food writer) e avevo potuto assaggiare delle pietanze davvero sopraffine, tra cui un indimenticabile maialino laccato, al Peninsula di HK.
Poi, tornata a Milano… il vuoto totale. Erano ancora
i tempi del ristorante cinese supercheap, involtini-plimavela-lavioli-al-vapore-pollo-aglodolce-billa-cinese-glappa-di-lose. Tutto preconfezionato, surgelato, dozzinale. Servito, quello sempre, con grande cortesia
e sorrisi continui (il sospetto è che celassero una scarsa comprensione della lingua!), ma nulla, o quasi, degno di nota.
Come sempre accade, però (e per nostra fortuna!), le generazioni si avvicendano e si migliorano. I figli e le figlie di quei locandieri anni 70 e 80, ragazzi nati e/o cresciuti
qui, sono diventati grandi e hanno dato vita alla new wawe della ristorazione cinese.
Il primo passo è stato cavalcare la moda del sushi, e se ormai i cinogiapponesi non si contano (e purtroppo, molti non si possono frequentare, con le dovute, ottime eccezioni), i primi ad avventurarsi nella gastronomia del Sol Levante lo hanno fatto con grande spirito imprenditoriale, gusto architettonico nell’allestimento dei locali, scelta di buone materie prime. Insomma, non è un luogo comune che i cinesi siano bravi a copiare!
Cresci oggi, cresci domani, come nella vita di tutti (ricordate quando, passate le ribellioni adolescenziali, vi è tornato il piacere di passare una serata con mamma e papà?) i nostri hanno riscoperto la loro tradizione gastronomica. Che è sterminata, tanto che oggi c’è spazio per tutta quanta. Così, negli ultimi tempi è arrivata la seconda ondata.
Gonfia di premesse, e di promesse.

Ba. Cannelloni di riso

Si parte dallo sciccoso Ba-Asian Mood di via Ravizza,
dove Marco e Giulia, fratelli e poco più che teenager
(vent’anni o giù di lì) hanno creato un locale elegante e un menu intrigante, che rivisita la cucina tradizionale con note mediterranee e italiane. Così ti capita un piatto con la bottarga (e sono tagliolini fatti in casa) accanto agli involtini più sfiziosi (spessi un dito, croccantissimi, multiripieno), un raviolo al nero di seppia prima di un toast di gamberi, un cannellone, ma di riso, tra i miei preferiti insieme ai soft shell crab al pepe nero, e ottimi vini a innaffiare il tutto.

Mong Kok. Pentola di fuoco

Si prosegue facendo un enorme salto di genere per approdare al Mong Kok, al principio di via Padova. Il locale è superspartano (divisori in cemento, per dire). Gli avventori sono orientali (molti), giovani e tecnologici (laptop, tablet
e smartphone si sprecano). Il menu è scritto in gran parte
in ideogrammi (anzi, in alcune parti solo in ideogrammi),
con un elenco di piatti infinito, che comprende strane frattaglie e zuppe misteriose, ma anche deliziosi dim sum, branzino al vapore, verdure buonissime e la “mitica” Pentola di fuoco, miniwok da tavolo, su fornelletto traballante, colmo di cibo a pezzetti (ali di pollo, seppie, rane persino!), ortaggi e tanti, tanti peperoncini.

Su Garden. Tagliolini in brodo di Taiwan

Altro genere, altro luogo super raccomandabile, il neonato
Su Garden in via Carlo Tenca. Anche qui un giovane proprietario, Julian, con la moglie Jessica, una bellissima veranda e un menu articolato che offre piatti della cucina cantonese e imperiale, ma sconfina in Vietnam e Thailandia, per di più in due versioni: tradizione e rielaborazione.
Tra le cose più buone assaggiate, le puntine di maiale (ricetta qui!), il galletto stufato, le tagliatelle con verdure e granella
di arachidi, i tagliolini in brodo di Taiwan e il taro, tubero orientale provato in versione alla piastra con salsa Thai.
Tra l’altro, con piccolo un coup de théâtre a sfatare il mito di una comunità chiusa, in sala c’è Giuseppe, giovane direttore italianissimo (ma nato a Malibù!), che ti racconta piatti esotici come se li avesse appena cucinati lui o la sua mamma.

Insomma, ce n’è di che smetterla con i pregiudizi e dare fiducia a questi ragazzi e al loro modo, moderno e coraggioso, di fare impresa (un esempio lo trovate anche qui).
E poi, si mangia talmente bene!

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Informazioni su francescaromanamezzadri

cucinare e amare. non necessariamente in quest'ordine
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Una risposta a La Cina, vicina vicina

  1. Luca Ottolini ha detto:

    Ciao Francesca, grazie per l’articolo. Sono contento di sapere che ci siano finalmente alcuni ristoranti cinesi buoni anche a Milano. Mi capita spesso di andare una Asia per lavoro ed apprezzarne la cucina, ma, come scrivi tu, quando si rientra in Italia…il vuoto. E’ una cucina davvero eccezionale se ben fatta, molto varia (non solo involtini primavera e anatra alla pechinese) e con alcune tecniche di preparazione davvero notevoli. Proverò sicuramente i tre locali da te consigliati :)

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